Ma dietro le percentuali c’è molto di più: c’è una nuova geografia del desiderio.
Il ritorno dei viaggiatori lontani
Entrambi i mercati, ancora sotto i livelli pre-pandemici in molte destinazioni europee, mostrano ora segnali di forte ripresa. Non si tratta solo di numeri: parliamo di viaggiatori sempre più attenti all’esperienza, al patrimonio culturale, al racconto identitario dei territori. Chi arriva da lontano non cerca soltanto monumenti iconici, ma autenticità: il borgo che custodisce una tradizione millenaria, la cantina che racconta la storia di una famiglia, la cucina che parla la lingua della terra.
Americhe: crescita più cauta
Diverso il quadro per il mercato americano. L’incertezza legata al commercio internazionale e alla politica estera degli Stati Uniti potrebbe rallentare la dinamica dei flussi: la crescita prevista per il 2026 si attesta attorno al +4,2%. Un incremento comunque significativo, ma più moderato rispetto alle attese asiatiche.
Non più quantità, ma valore
C’è un dato che colpisce più delle percentuali: la spesa continua a crescere più rapidamente degli arrivi. Questo significa che il viaggio in Europa si sta trasformando. Meno turismo mordi e fuggi, più esperienze immersive. Meno concentrazione stagionale, più interesse per la bassa stagione, per i ritmi lenti, per l’autunno dei vigneti o la primavera delle coste mediterranee. In un contesto globale segnato da pressioni sui costi e rallentamento economico, la domanda verso l’Europa resta stabile perché il continente non è solo una destinazione: è un patrimonio culturale diffuso.
La sfida per i territori
Per chi si occupa di cultura del territorio e viaggio nel gusto, questo scenario è un’opportunità e una responsabilità. Le destinazioni stanno progressivamente spostando l’attenzione verso:
- sostenibilità;
-v alorizzazione delle produzioni locali;
- tutela dei paesaggi culturali;
- narrazione identitaria
In sintesi, si comprende che non basta più attrarre visitatori. Occorre accoglierli dentro una storia. Il viaggiatore del 2026 - che arrivi da Shanghai, da Mumbai o da New York - vuole comprendere il senso dei luoghi. Vuole assaggiare un formaggio nel suo contesto, non in vetrina. Vuole camminare tra vigne che hanno un nome e una genealogia. Vuole sentirsi parte, anche solo per pochi giorni, di un racconto collettivo.
L’Europa come paesaggio culturale vivente
In fondo, la crescita del 6,2% non dobbiamo considerarla solo come un indicatore economico. È il segnale che l’Europa continua a essere percepita come uno spazio di stratificazione culturale unica: dove arte, cucina, artigianato, musica e ritualità convivono in una trama continua. Quello che ci dicono gli esperti è che, se sapremo governare questa fase con intelligenza, il 2026 potrà diventare non l’anno dell’ennesimo boom turistico, ma quello di una nuova maturità dove minore sarà il semplice consumo di luoghi, ma più intensa e profonda la relazione con i territori. Un effeto che può riportare la cultura, il gusto e il paesaggio ad essere la vera infrastruttura del viaggio.

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