Da Acquapendente, nella Tuscia viterbese, ai teatri d'Europa: la rivoluzione musicale di Giovanni Battista Casti





di Milena Borsacchi)---Nel Settecento europeo, dove la parola sposava la nota e le corti imperiali decidevano le sorti della cultura globale, c’era un italiano nato ad Acquapendente che muoveva le fila del teatro musicale. La definizione che gli viene attribuita è di poeta e librettista, ma Giovanni Battista Casti (1724-1803) è stato un intellettuale affilato e irriverente che ha portato l'anima ironica della Tuscia nei salotti e nei teatri di San Pietroburgo, Vienna e Parigi.

Acquapendente

Valorizzare la sua figura significa riscoprire come la Tuscia non sia soltanto terra di paesaggi e storia antica, ma anche matrice di grandi ingegni capaci anche di influenzare la storia della musica e della drammaturgia continentale. Casti infatti incarna in modo significativo il legame profondo tra la sua terra e le grandi correnti artistiche europee.

Originario di Acquapendente, si formò  nel seminario di Montefiascone dall'età di dodici anni. Nel 1747 fu ordinato sacerdote. Come ci raccontano i biografi, Giovanni Battista era un anticonformista e un insaziabile viaggiatore. 

La sua formazione e la sua curiosità lo portarono quindi ben presto lontano dai confini locali, trasformandolo in un acuto osservatore della società e della politica del suo tempo. Tra le esperienze che plasmarono il suo pensiero e la sua arte, dopo essersi stabilito a Roma nel 1762, anche l'adesione all'Accademia dell'Arcadia con il nome di Niceste Abideno.  

Andò a Firenze, ben accolto dal granduca Leopoldo, e  fu poi (1772) a Vienna presso Giuseppe II. Nel 1777 si trasferì a Pietroburgo, dove frequentò gli ambienti di corte, che descrisse poi nel Poema tartaro, poema satirico in 12 canti.
Tornato a Vienna, ne fu allontanato quando Giuseppe II seppe del malumore suscitato da questo poema nella corte russa. Ma vi tornò nel 1791 dopo soste a Venezia, a Costantinopoli, a Torino, a Milano, e nel 1792 vi fu nominato, da Francesco II, poeta cesareo. Nel 1796 rientrò in Italia, dove ebbe un canonicato; dal 1798 si stabilì a Parigi. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse quindi a Parigi. Si stabilì nella capitale francese proprio durante gli anni della Rivoluzione, e  lì  morì nel 1803. E sarà qui che appare, lui vivente, la prima edizione del suo poema più famoso: Gli animali parlanti, in sestine, diviso in 26 canti, che tanta influenza ebbe sull'ultima opera di Giacomo Leopardi: i Paralipomeni della Batracomiomachia.



La sua scrittura fluida, ironica e virtuosistica trovò la sua massima espressione nell'incontro tra letteratura, teatro e musica colta. 
La sua produzione è percò caratterizzata da una profonda unità stilistica basata sul realismo cinico, sulla satira politica e sociale e su una costante ironia antieroica.

La scrittura non teatrale: tra versi, prosa e satira

Sebbene Casti esprimesse il suo estro narrativo prevalentemente in strutture metriche (come l'ottava o l'endecasillabo), il suo stile di scrittura ricalca i meccanismi della prosa illuminista e del racconto filosofico-giornalistico e Per sintetizzare fa un uso di un italiano immediato, colloquiale e concreto, lontano dai purismi accademici d'Arcadia. La parola non è mai puramente decorativa, ma serve come veicolo di critica sociale e deformazione grottesca. 

A titolo esemplificativo ne citiamo soltanto alcune, tra le diverse realizzate, che secondo noi evidenziamo l'approccio dell'intellettuale. 
Nelle Novelle galanti, scritte in ottave, rileviamo uno stile narrativo fluido, quasi parlato, che ricorda la prosa novellistica rinascimentale. Dietro l'argomento libertino e licenzioso si cela una critica spietata ai costumi e alle ipocrisie del clero e dell'aristocrazia. 
Passando al controverso Poema tartaro del 1783, possiamo affermare che ci troviamo davanti ad un vero e proprio romanzo satirico in versi. Casti adotta una scrittura fortemente descrittiva per mettere alla gogna la corte di Caterina II di Russia (ribattezzata Caratara), attaccando l'assolutismo monarchico.
La Relazione di un viaggio a Costantinopoli (1788) è invece  un perfetto esempio di prosa odeporica (letteratura di viaggio) in cui Casti unisce lo sguardo del diplomatico alla prosa cronachistica e analitica tipica degli intellettuali illuministi.
Negli Animali parlanti (1802), il suo capolavoro tardo come abbiamo gia detto,  Casti realizza  un'opera allegorico-satirica in cui le diverse fazioni politiche dell'epoca (monarchici e repubblicani post-Rivoluzione Francese) vengono incarnate da animali. La scrittura qui è sferzante, filosofica e priva di idealizzazioni.


La scrittura per la musica: i libretti d'opera

Dobbiamo premettere che Casti vedeva la scrittura per musica non solo come un lavoro tecnico, ma come un'occasione per esprimere una pungente satira sociale e letteraria del mondo operistico mentre la strutturazione di versi agili (settenari, ottonari) era considerata molto utile per il ritmo dei recitativi e delle arie d'azione, dando dinamicità alla scena. Il testo di Casti non era un semplice riempimento di note, ma una critica attiva e intelligente ai costumi del suo tempo. Anticonformista e moderno, ha anticipato il realismo e l'ironia tagliente che caratterizzeranno l'opera dell'Ottocento. 

Non dimentichiamo infatti che Casti ottenne la prestigiosa carica di Poeta Cesareo a Vienna (succedendo a Pietro Metastasio), ma a differenza del classicismo solenne del suo predecessore, rivoluzionò il melodramma giocoso e l'opera buffa. Il suo modo di scrivere per la musica influenzò direttamente i capolavori di Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart.

La carriera di Casti è certamente legata a doppio filo ai più grandi maestri dell'epoca, coi quali ha rinnovato dall'interno il genere dell'opera buffa e del dramma giocoso, mettendo al centro la musica colta e le sue profonde connessioni con la satira e la filosofia.

Giovanni Paisiello al clavicordo,
dipinto di (Élisabeth Vigée Le Brun, 1791. La partitura è il suo "Te deum"

Alcuni più di altri della sua produzione rappresentano il suo stile ed approccio narrativo-musicale. Il re Teodoro in Venezia (1784), un'opera su musica di Giovanni Paisiello, può essere ritenuto uno dei più grandi successi del teatro Settecentesco. Casti mise in scena le avventure di un sovrano in esilio che vive d'espedienti per sfuggire ai creditori, fondendo comicità e acuta satira politica.  Considerato il suo capolavoro teatrale, introduce una scrittura drammaturgica innovativa, dove elementi comici ed eroico-malinconici si fondono. Casti demistifica la figura del sovrano riducendolo a un uomo comune sommerso dai debiti. L'opera fu ammirata da Goethe e divenne un modello drammaturgico in tutta Europa.

Altro esempio dell'opera del Casti è La grotta di Trofonio (1785) su musica di Antonio Salieri. E' una commedia fantastica e un raffinato esperimento psicologico dove due coppie vedono scambiate le proprie personalità. Il libretto di Casti prende di mira il dogmatismo illuminista con eleganza e perfetta simmetria musicale.  Un'opera comico-filosofica che gioca sui contrasti psicologici e sulla fluidità dei caratteri. La scrittura è ritmica, studiata per assecondare perfettamente i tempi comici e i concertati musicali.

Antonio Salieri ritratto da Joseph Willibrord Mähler (1815)


Sempre con le note di Salieri è  Prima la musica e poi le parole (1786). Commissionata dall'imperatore Giuseppe II per la Reggia di Schönbrunn, quest'opera metateatrale ridicolizza le manie del mondo dell'opera. Il titolo stesso è diventato un manifesto storico sul rapporto imprescindibile tra testo e partitura.
Questo divertimento teatrale è un vero e proprio manifesto di metateatro. Casti mette in scena la disputa artistica per eccellenza del Settecento: è più importante la tessitura musicale del compositore o il testo del poeta? La scrittura del libretto ironizza sui cliché stessi del teatro d'opera del tempo.

Il percorso di Casti a Vienna fu segnato anche da una celebre e storicamente documentata rivalità con Lorenzo Da Ponte, il celebre librettista delle opere mozartiane (Le nozze di Figaro, Don Giovanni). 

Non si trattò di una banale antipatia, ma di una vera e propria guerra per l'egemonia culturale della corte imperiale. Si racconta che per la corsa al titolo di Poeta Imperiale, alla morte di Metastasio, si scatenò una competizione feroce. Per ottenere la prestigiosa carica di poeta dei teatri di corte, i diversi contendenti scatenarono manovre e alleanze. In particolare, Da Ponte e Casti guidavano due schieramenti opposti nel panorama teatrale viennese. Casti era strettamente legato a Salieri e Paisiello, mentre Da Ponte fece sponda con Mozart.

Non sembra strano alla luce di tali accadimenti rilevare come nelle sue Memorie, Da Ponte dedichi pagine ricche di livore al rivale di Acquapendente, descrivendolo come un avversario temibile. Casti non fu da meno, lasciando trasparire la contesa nelle sue satire.

Comunque sia, oltre al teatro musicale, la vita di Casti fu un vero e proprio romanzo europeo: dalle missioni diplomatiche alla corte di Caterina II a Pietroburgo  fino agli anni parigini. 

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